Liberati prigionieri politici, festa in Bahrein. Ma le proteste vanno avanti.

Manama – E’ il primo segno concreto di dialogo. Circa cento prigionieri politici sono stati rilasciati dalle autorità del Bahrein per incontrare le richieste di quanti chiedono l’introduzione di una vera democrazia nel piccolo regno del golfo. Nella piazza della Perla i manifestanti che la occupano ormai da diversi giorni hanno accolto con grande giubilo i liberati.
“Non lo so! Non so perché mi avevano arrestato”, racconta Ahmed Fairooz, 28 anni. “Ero in un caffè e all’improvviso la polizia è arrivata, ha preso me e altri tre amici. Mi hanno tolto tutti i vestiti e menato. Poi mi hanno bendato e rinchiuso in una cella da solo per… credo una ventina di giorni.” Ahmed ha trascorso sei mesi in carcere, senza conoscere l’accusa. “Quando i giudici incontravano me e altri prigionieri, dicevano che le ferite me l’ero procurate nei tentativi di fuga”, racconta spaesato. Come lui tanti altri, tutti giovanissimi. Alcuni di quelli che giungono alla rotonda della Perla, direttamente dalle prigioni, non hanno neanche sedici anni e hanno passato uno o due anni in carcere. Viene legittimo chiedersi di quali crimini politici si siano mai macchiati, ma nessuno di loro ha una risposta.
E’ stata una grande festa per tutta la notte e il giorno seguente. Gli amici si sono rincontrati, le madri e le sorelle hanno ritrovato l’unità della famiglia tra lacrime di gioia e sollievo.
Il re Hamad al Khalifa sembra disposto a voler dialogare con i manifestanti. Ha così esaudito la prima richiesta. Ma la gente non è intenzionata a levare le tende dalla piazza: “Adesso starò qui in piazza tutti i giorni!”, dice Ahmed.
Come lui tutti gli altri, che chiedono una riforma della costituzione: la trasformazione del Bahrein in una vera monarchia costituzionale. Ma molti si spingono oltre e lo dicono ad alta voce: “Ne abbiamo abbastanza del re. Non possiamo più accettare che la stessa famiglia sia su quella poltrona da duecento anni. E’ ora di cambiare!”.
Hanno costruito un monumento, un simbolo del loro pensiero. E’ un trono che traballa, sporco di sangue e con un fucile giocattolo appeso. Sotto c’è uno striscione con i ritratti dei rais che quella poltrona non la mollano, se non quando il popolo lo vuole: Ben Ali di Tunisia, Mubarak d’Egitto, re Hamad di Bahrein, Saleh di Yemen, Gheddafi di Libia, re Abdullah di Giordania. Tra le risa di scherno prendono a calci le loro foto. Un grande cartello dice: “Un re che uccide il suo popolo non è degno di essere re”.
“La gente vuole cambiare il sistema”, dice Husain Al Sabbagh, giovane giornalista del quotidiano Al Ayam, “ma i paesi vicini hanno paura. L’Arabia Saudita non lo consentirà perché se il Bahrein dovesse davvero diventare una democrazia, poi toccherebbe anche a loro”. Forse non ha tutti i torti. Il Bahrein è il primo paese nel golfo a seguire l’esempio di Tunisia e Egitto, e la sommossa qui deve aver spaventato anche gli altri. Tanto che persino il Re Saudita ha annunciato un aumento del 15% dei salari dei lavoratori pubblici e maggiori benefici sociali alla popolazione. Il re del Bahrein si era spinto oltre, regalando circa duemila euro a ogni famiglia, appena il giorno prima di mandare l’esercito a sparare sulla folla.
Ma qui sono le pressioni internazionali a mantenere il coperchio sulla pentola che bolle. Nessuno vuole un golfo destabilizzato oltre misura. L’America, che qui a Manama mantiene la base della Quinta Flotta, sicuramente non lo vuole. Il Presidente Obama ha placato la reazione brutale del regime del Bahrein e il regime del Bahrein ha tolto dall’imbarazzo il Segretario di Stato Hillary Clinton che si era affrettata a condannare le violenze in Iran, ma un po’ meno quelle nei paesi arabi alleati. La posta in gioco è troppo alta, visto anche l’interesse dell’Iran per quest’isola che un tempo era parte delle Persia. (ARo)

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