Archivi categoria: Bahrain

Primavera Araba? Il Bahrain è un’altra storia.

In Bahrain le proteste contro il regime della famiglia regnante Al Khalifa continuano, nell’apparente indifferenza degli Stati Uniti, i quali invece aumenteranno la fornitura di armi al loro piccolo ma vitale alleato del golfo.
E’ una protesta difficile da riportare anche per la stampa internazionale: per fare un esempio chi scrive ottenne un visto per solo 36 ore ad un costo elevatissimo, l’attrezzatura sequestrata all’arrivo, e più di una volta seguito da agenti in borghese e interrogato per strada.

GUARDA IL VIDEO: In Bahrain, Protests and Police Action

L’editorialista Nicholas Kristof del New York Times non molla. Era in Bahrain già a Febbraio, quando la repressione culminò persino con l’aiuto dell’esercito dei vicini cugini Sauditi. Ora Kristof ottiene un nuovo visto e ritorna a Manama, capitale dello stato, e documenta le persistenti dimostrazioni di strada, la difficoltà dei giornalisti nel seguirle, la violazione dei diritti umani e soprattutto la colpevole anomalia dell’amministrazione americana: condanna Gheddafi, condanna Assad, ma in Bahrain è un’altra storia.

Liberati prigionieri politici, festa in Bahrein. Ma le proteste vanno avanti.

Manama – E’ il primo segno concreto di dialogo. Circa cento prigionieri politici sono stati rilasciati dalle autorità del Bahrein per incontrare le richieste di quanti chiedono l’introduzione di una vera democrazia nel piccolo regno del golfo. Nella piazza della Perla i manifestanti che la occupano ormai da diversi giorni hanno accolto con grande giubilo i liberati.
“Non lo so! Non so perché mi avevano arrestato”, racconta Ahmed Fairooz, 28 anni. “Ero in un caffè e all’improvviso la polizia è arrivata, ha preso me e altri tre amici. Mi hanno tolto tutti i vestiti e menato. Poi mi hanno bendato e rinchiuso in una cella da solo per… credo una ventina di giorni.” Ahmed ha trascorso sei mesi in carcere, senza conoscere l’accusa. “Quando i giudici incontravano me e altri prigionieri, dicevano che le ferite me l’ero procurate nei tentativi di fuga”, racconta spaesato. Come lui tanti altri, tutti giovanissimi. Alcuni di quelli che giungono alla rotonda della Perla, direttamente dalle prigioni, non hanno neanche sedici anni e hanno passato uno o due anni in carcere. Viene legittimo chiedersi di quali crimini politici si siano mai macchiati, ma nessuno di loro ha una risposta.
E’ stata una grande festa per tutta la notte e il giorno seguente. Gli amici si sono rincontrati, le madri e le sorelle hanno ritrovato l’unità della famiglia tra lacrime di gioia e sollievo.
Il re Hamad al Khalifa sembra disposto a voler dialogare con i manifestanti. Ha così esaudito la prima richiesta. Ma la gente non è intenzionata a levare le tende dalla piazza: “Adesso starò qui in piazza tutti i giorni!”, dice Ahmed.
Come lui tutti gli altri, che chiedono una riforma della costituzione: la trasformazione del Bahrein in una vera monarchia costituzionale. Ma molti si spingono oltre e lo dicono ad alta voce: “Ne abbiamo abbastanza del re. Non possiamo più accettare che la stessa famiglia sia su quella poltrona da duecento anni. E’ ora di cambiare!”.
Hanno costruito un monumento, un simbolo del loro pensiero. E’ un trono che traballa, sporco di sangue e con un fucile giocattolo appeso. Sotto c’è uno striscione con i ritratti dei rais che quella poltrona non la mollano, se non quando il popolo lo vuole: Ben Ali di Tunisia, Mubarak d’Egitto, re Hamad di Bahrein, Saleh di Yemen, Gheddafi di Libia, re Abdullah di Giordania. Tra le risa di scherno prendono a calci le loro foto. Un grande cartello dice: “Un re che uccide il suo popolo non è degno di essere re”.
“La gente vuole cambiare il sistema”, dice Husain Al Sabbagh, giovane giornalista del quotidiano Al Ayam, “ma i paesi vicini hanno paura. L’Arabia Saudita non lo consentirà perché se il Bahrein dovesse davvero diventare una democrazia, poi toccherebbe anche a loro”. Forse non ha tutti i torti. Il Bahrein è il primo paese nel golfo a seguire l’esempio di Tunisia e Egitto, e la sommossa qui deve aver spaventato anche gli altri. Tanto che persino il Re Saudita ha annunciato un aumento del 15% dei salari dei lavoratori pubblici e maggiori benefici sociali alla popolazione. Il re del Bahrein si era spinto oltre, regalando circa duemila euro a ogni famiglia, appena il giorno prima di mandare l’esercito a sparare sulla folla.
Ma qui sono le pressioni internazionali a mantenere il coperchio sulla pentola che bolle. Nessuno vuole un golfo destabilizzato oltre misura. L’America, che qui a Manama mantiene la base della Quinta Flotta, sicuramente non lo vuole. Il Presidente Obama ha placato la reazione brutale del regime del Bahrein e il regime del Bahrein ha tolto dall’imbarazzo il Segretario di Stato Hillary Clinton che si era affrettata a condannare le violenze in Iran, ma un po’ meno quelle nei paesi arabi alleati. La posta in gioco è troppo alta, visto anche l’interesse dell’Iran per quest’isola che un tempo era parte delle Persia. (ARo)

Pubblicato su http://www.site.it

Bahrein. Le vittime che dividono il paese

Malkiya – In migliaia hanno partecipato ai funerali di Redha Mohamed, 32 anni, nella città di Malkiya, 20 km dalla capitale del Bahrein. Morto in ospedale dopo 4 giorni di coma, Redha era stato ferito dalle forze di polizia mentre manifestava pacificamente in Piazza della Perla, a Manama.
E’ l’ottava vittima ufficiale causata dalla dura e inaspettata repressione delle manifestazioni per la democrazia in Bahrein. Più di 200 il numero dei feriti. I morti hanno causato se possibile ulteriore risentimento verso la famiglia reale.
I manifestanti chiedono riforme democratiche, una monarchia costituzionale, l’eguaglianza dei diritti per gli sciiti, che rappresentano il 70% del paese, ma che non godono di una vera rappresentanza in parlamento. Il sistema elettorale non è infatti su base demografica e favorisce la minoranza sunnita. La Camera eletta ha inoltre scarsi poteri effettivi e tutte le decisioni rimangono in seno alla famiglia reale, sunnita e di origine saudita. Il Primo Ministro Khalifa al Khalifa, zio del re Hamad al Khalifa, è in carica da quaranta anni. (ARo)

pubblicato su http://www.site.it

Bahrain, i manifestanti tornano in piazza

Manama – Dopo gli scontri dei giorni scorsi, la popolazione del Bahrain torna in piazza. Il governo ha deciso di ritirare polizia ed esercito dalla rotonda della Perla, luogo degli scontri, e di non usare la forza. In gioco il gran premio di Formula Uno, in programma tra due settimane.
I manifestanti sono così tornati ad occupare la loro piazza “Tahrir”, sull’onda delle rivoluzioni in Tunisia e in Egitto.
La loro richiesta è di cambiare il governo, in particolar modo il primo ministro Khalifa Bin Salman Al Khalifa, in carica da quaranta anni, ottenere una vera democrazia e poter scegliere con il voto il capo del governo, che attualmente viene scelto dal re. Khalifa è in assoluto il primo ministro, non eletto, più longevo al mondo. E’ inoltre lo zio del monarca.
Il Bahrain è un piccolo regno del Golfo Persico, ricchissimo di petrolio. Al potere da trecento anni è la famiglia reale degli Al Khalifa. Il paese ospita la base navale della 5a flotta USA, che ha il compito di controllare Golfo Persico, Mar Rosso e parte dell’Oceano Indiano, difendere il petrolio del medioriente e limitare l’influenza iraniana nell’area. (ARo)

Pubblicato su http://www.site.it