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Thailandia, la guerra dell’informazione

BANGKOK – C’è una guerra di colori nella Thailandia divisa tra maglie rosse, gialle e multicolori e c’è anche una guerra di canali televisivi. Il controllo dell’informazione, specialmente quella televisiva, è pù che mai essenziale nel particolare momento storico che il paese sta attraversando. Si può prendere atto della relativa libertà dei giornali, ma per le televisioni le condizioni sono leggermente diverse.

Sei delle sette reti nazionali sono di proprietà dello stato o della leadership militare. Anche l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra aveva creato la propria rete televisiva nel 2006, appena estromesso dal colpo di stato, trovandosi improvvisamente privo dell’arma essenziale per guidare le masse, a quel punto divenuta ancor più importante se doveva farlo col telecomando dall’esilio. La sua PTV (People’s Television), il piccolo grande fratello attraverso il quale Thaksin incitava i suoi supporters a “combattere per la democrazia”, è diventata poi lo schermo ufficiale delle Camicie Rosse, e per questo è stata chiusa dal governo.

Camicie Rosse guardano l'ultimatum del governo in TV, Bangkok 15 maggio 2010

Durante gli scontri del maggio scorso le reti televisive hanno riportato gli eventi secondo le linee dettate dai piani alti. Alcune mandavano perfino in onda le soap-opera, come da usuale palinsesto, apparentemente non curandosi delle battaglie in corso nelle strade di Bangkok. I provvedimenti “per la sicurezza” messi in atto dal governo e lo stato di emergenza hanno fatto il resto, fino ad arrivare al palese, assoluto controllo dell’informazione da parte dei militari. A livelli tali che si potrebbe senza tema parlare di stato di polizia.

La guerra dell’informazione ha persino oltrepassato i confini nazionali. In Thailandia è nato un risentimento contro i grandi media internazionali, CNN e BBC su tutti, perché colpevoli secondo molti di aver riportato i sanguinosi avvenimenti di Bangkok in modo non neutrale e poco fedele alla realtà, tendendo a spettacolarizzare ed esagerare la criticità, spesso ponendo al centro della notizia il giornalista in zona di guerra più che il fatto. Se da una parte ciò è vero – è sempre più diffuso oggi fare news-spettacolo in modo da catturare maggiore audience -, è vero dall’altra parte che l’unico modo in cui il grande pubblico  thailandese (o meglio, parte di esso) ha potuto apprendere quello che stava succedendo è stato attraverso i canali internazionali. Internet a parte, pure quello censurato, la CNN, la BBC, Al Jazeera e Channel News Asia erano in quelle ore le uniche reti possibili per vedere, grazie alle ininterrotte immagini live provenienti da Bangkok. Nel momento in cui il governo annunciò (il 19 maggio pomeriggio) che tutte le tv avrebbero mandato le stesse trasmissioni “per informare meglio la popolazione”, sostituendo i tg e le soap con continui proclami e con brevi talk-show presenziati da alti comandi delle forze dell’ordine, non c’era altro da fare che cambiare canale. Sembrava quasi che la crisi politica in atto fosse più importante per la comunità internazionale che non per la società thailandese. Era chiaro l’intento di controllare la società attraverso l’informazione per arginare il pericolo di un più vasto confronto civile.

Parte della stampa thailandese per fortuna oggi si interroga su come possa convivere informazione libera e stato di emergenza, nuovamente esteso per ulteriori tre mesi. Se lo fa è anche grazie al risentimento verso BBC e CNN. Ma sulla necessità di un’informazione equilibrata si discute sui giornali (alcuni), mai in televisione. Il dibattito non è di poco conto neanche dal punto di vista economico: forti discussioni girano intorno alla grande società di trasmissioni satellitari venduta in passato dalla famiglia di Thaksin a Singapore, la ThaiCom, e che guarda caso solo ora il governo di Abhisit cerca di ricomprare “per ragioni di sicurezza nazionale”. Il controllo dei media è più che mai essenziale. Più controllo uguale più silenzio, più potere politico ed economico.

Resta tuttavia ancora fuori del dibattito una parte molto importante del potere politico. Quotidianamente, una volta la mattina e una volta la sera, le tv, tutte le tv, trasmettono le immagini del monarca accompagnate dall’inno nazionale. Questa cieca devozione è un grande ostacolo alla libertà di espressione: l’autorità reale non può essere oggetto di alcuna discussione. Ciò crea grandi aree buie nel dibattito politico e sociale del paese. I giornalisti preferiscono non parlare affatto del re e della famiglia reale se non per riportare gli eventi ufficiali della casa reale e, quando lo fanno, sempre e comunque per ribadire il rispetto e la devozione che si deve all’istituzione monarchica, ritenuta paradossalmente garante della democrazia. Parlare del re di fronte alla stampa può essere di volta in volta uno strumento per incolpare l’avversario, un’arma politica per ottenere legittimazione o una scusa a cui appellarsi per il bene del paese.  (ARo)

Di seguito un interessante episodio di Listening Post, da Al Jazeera, in cui si parla proprio della guerra delle TV in Thailandia in relazione ai recenti conflitti politici.

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Il Vietnam mette alla sbarra la libertà di stampa

Due cronisti sono stati condannati per aver pubblicato inchieste sullo scandalo che porto’ l’opinione pubblica vietnamita a riflettere sulla corruzione dello stato.

Condannati  giovedi 15 ott. da un tribunale di Hanoi per aver “abusato della liberta’ e dei diritti democratici” e per questo colpevoli di aver “infranto gli interessi dello Stato e i legittimi diritti di organizzazioni e cittadini”.

Nguyen Viet Chien, cronista del quotidiano Thanh Nien, e Nguyen Van Hai, del Tuoi Tre, entrambi quotidiani molto popolari in Vietnam, sono stati autori di/avevano firmato numerosi articoli di inchiesta su uno dei piu’ grossi scandali nella storia ufficialmente irreprensibile del governo di Hanoi. Ma secondo il Giudice Tran Van Vy, che ieri ha presieduto l’aula, i due avrebbero fabbricato le notizie danneggiando il prestigio di alcuni alti rappresentanti del governo e provocando una reazione negativa nell’opinione pubblica.

I due giornalisti erano stati arrestati nel Maggio scorso per aver scritto su un’inchiesta che nel 2005/2006 indagava su funzionari del Ministero dei Trasporti coinvolti in un giro di scommesse, principalmente su partite di calcio europee, usando fondi pubblici per lo sviluppo del paese destinati alla costruzione di ponti e strade. Lo scandalo porto’ alle dimissioni del ministro Dao Dinh Binh, una promessa/grande speranze del Partito Comunista, e all’arresto nell’aprile 2006 del suo vice e di altri alti pubblici ufficiali. questo scateno’ grande attenzione da parte dei media sullo stile di vita immorale e corrotto dei funzonari pubblici. Persino il capo della Polizia Investigativa vietnamita, il Generale Cao Ngoc Oanh, astro nascente del regime, dovette dimettersi perche’ il suo nome comparve sulla stampa. Tutti i giornali, che vengono controllati dall’occhio attento del dipartimento ideologico del Partito, ricevettero pressioni dal governo perche’ non pubblicassero storie sulla vicenda.

Quando in Marzo contro ogni precisione il vice ministro fu prosciolto da tutte le accuse, le autorita’ giudicarono pubblicamente l’atteggiamento della stampa come “sbagliato” e “dannoso”.
Chien e Hai furono accusati di aver pubblicato storie false, come quella in cui un alto funzionario avrebbe tentato di pagare il silenzio con 500mila dollari, e arrestati sei settimane piu’ tardi.