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Informarsi in Asia

informati in Asia ©AndreaRosa

Ho scattato questa foto durante gli scontri di Bangkok. Questi soldati scortavano due colonnelli durante un’ispezione del fronte, davanti l’area occupata dalle Camicie Rosse nei pressi del mercato di Pratunam.
In qualche modo, tutti si informano. (ARo)

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Il Libro Bianco di Thaksin

BANGKOK – Thaksin non è rimasto a guardare in questi due mesi di silenzio dopo gli scontri di Bangkok. La sua difesa, la sua battaglia legale per tornare in Thailandia, nonché rientrare in possesso degli asset finanziari sequestratigli dal governo thailandese, Thaksin l’aveva già affidata ad uno studio legale canadese esperto in intrighi internazionali, l’Amsterdam & Peroff LLP. Una battaglia legale, a suo dire, per aiutare le Camicie Rosse contro il governo illegittimo e non democratico attualmente in carica.

Dopo quello che è successo nell’aprile e nel maggio scorso, dopo i morti e i feriti di Bangkok, Thaksin torna ora all’attacco. Il suo avvocato Robert Amsterdam ha reso pubblico il 22 luglio uno studio sulla recente storia politica della Thailandia. Il Libro Bianco della Amsterdam & Perloff, ovvero di Thaksin, si intitola “I massacri di Bangkok”. E’ un documento di circa 80 pagine secondo il quale “l’Esercito Reale Thailandese  e il suo governo potrebbero essere responsabili di crimini contro l’umanità e violazione dei diritti umani in relazione alla sanguinosa repressione delle proteste di Bangkok di aprile e maggio”. Per questo invita la comunità internazionale a interessarsi della crisi thailandese e a costuituire un organo indipendente che possa giudicare in modo imparziale ciò che è successo, accertarne le responsabilità e fare giustizia. Questo considerando che il comitato incaricato di condurre le indagini “nominato dal primo ministro Abhisit Vejjajiva non è imparziale nè indipendente”, scrive l’avvocato canadese.

Il documento analizza le origini e le condizioni della crisi thailandese, l’ascesa e l’azione politica di Thaksin, i movimenti dei Gialli e dei Rossi, i recentissimi scontri osservati attraverso la lente del diritto internazionale. E’ elemento chiave della strategia difensiva di Thaksin che cerca legittimazione all’estero visto che in patria non ce l’ha. Un esercito che spara sui civili è certo una buona carta da giocare, è chiaro dunque che la difesa voglia mostrarla al mondo. Tuttavia non può essere considerato un resoconto neutrale. L’interpretazione dei fatti non può che essere espressione della parte in causa: “La recente violenza in Thailandia fa parte di una più vasta campagna di persecuzione politica, progettata per eliminare il movimento che vuole ripristinare il naturale e fondamentale diritto alla autodeterminazione attraverso libere elezioni”, questo si legge nel documento che eleva Thaksin a paladino della democrazia.

Lo stesso Thaksin ne firma l’introduzione: “Ho chiesto alla Amsterdam & Perloff di esaminare ciò che è accaduto il 10 aprile e il 19 maggio 2010, e verificare che i fatti siano accaduti nel rispetto del diritto internazionale […] Il mondo deve capire che in Thailandia la vera democrazia è sotto attacco”. (ARo)

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La Thailandia sta diventando un’altra Birmania?

BANGKOK – Alcuni attivisti per la democrazia definiscono l’attuale situazione in Thailandia sempre più simile a quella birmana. I militari hanno in mano il potere qui come nel paese confinante. Esprimere liberamente il proprio dissenso verso il governo non è più consentito come prima. Ad aggravare la situazione, dicono gli osservatori internazionali, c’è il decreto di emergenza che consente alle forze dell’ordine di arrestare senza mandato.
E’ senza dubbio vero che quando si tratta di monarchia la libertà di espressione non esiste in Thailandia. Pena il carcere per lesa maestà. Ma è vero anche per il resto della vita politica e democratica del regno?
I generali di Bangkok sono molto, molto potenti. Di fatto controllano il paese, e non sempre lo fanno di nascosto, anzi. Per questo motivo vengono accostati alla giunta di Rangoon.
Per fortuna siamo lontani da una “birmanizzazione” completa della politica thailandese e i due paesi sono molto diversi. La Thailandia è ancora un paese libero, se non altro se lo confrontiamo agli altri sistemi meno democratici che si trovano in Asia, senza andar troppo lontano. Tuttavia quanto successo oggi (domenica 18 luglio) all’incrocio di Ratchaprasong fa riflettere sullo stato attuale della libertà di parola in Thailandia. Guardare per credere. (ARo)

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Thailandia, la guerra dell’informazione

BANGKOK – C’è una guerra di colori nella Thailandia divisa tra maglie rosse, gialle e multicolori e c’è anche una guerra di canali televisivi. Il controllo dell’informazione, specialmente quella televisiva, è pù che mai essenziale nel particolare momento storico che il paese sta attraversando. Si può prendere atto della relativa libertà dei giornali, ma per le televisioni le condizioni sono leggermente diverse.

Sei delle sette reti nazionali sono di proprietà dello stato o della leadership militare. Anche l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra aveva creato la propria rete televisiva nel 2006, appena estromesso dal colpo di stato, trovandosi improvvisamente privo dell’arma essenziale per guidare le masse, a quel punto divenuta ancor più importante se doveva farlo col telecomando dall’esilio. La sua PTV (People’s Television), il piccolo grande fratello attraverso il quale Thaksin incitava i suoi supporters a “combattere per la democrazia”, è diventata poi lo schermo ufficiale delle Camicie Rosse, e per questo è stata chiusa dal governo.

Camicie Rosse guardano l'ultimatum del governo in TV, Bangkok 15 maggio 2010

Durante gli scontri del maggio scorso le reti televisive hanno riportato gli eventi secondo le linee dettate dai piani alti. Alcune mandavano perfino in onda le soap-opera, come da usuale palinsesto, apparentemente non curandosi delle battaglie in corso nelle strade di Bangkok. I provvedimenti “per la sicurezza” messi in atto dal governo e lo stato di emergenza hanno fatto il resto, fino ad arrivare al palese, assoluto controllo dell’informazione da parte dei militari. A livelli tali che si potrebbe senza tema parlare di stato di polizia.

La guerra dell’informazione ha persino oltrepassato i confini nazionali. In Thailandia è nato un risentimento contro i grandi media internazionali, CNN e BBC su tutti, perché colpevoli secondo molti di aver riportato i sanguinosi avvenimenti di Bangkok in modo non neutrale e poco fedele alla realtà, tendendo a spettacolarizzare ed esagerare la criticità, spesso ponendo al centro della notizia il giornalista in zona di guerra più che il fatto. Se da una parte ciò è vero – è sempre più diffuso oggi fare news-spettacolo in modo da catturare maggiore audience -, è vero dall’altra parte che l’unico modo in cui il grande pubblico  thailandese (o meglio, parte di esso) ha potuto apprendere quello che stava succedendo è stato attraverso i canali internazionali. Internet a parte, pure quello censurato, la CNN, la BBC, Al Jazeera e Channel News Asia erano in quelle ore le uniche reti possibili per vedere, grazie alle ininterrotte immagini live provenienti da Bangkok. Nel momento in cui il governo annunciò (il 19 maggio pomeriggio) che tutte le tv avrebbero mandato le stesse trasmissioni “per informare meglio la popolazione”, sostituendo i tg e le soap con continui proclami e con brevi talk-show presenziati da alti comandi delle forze dell’ordine, non c’era altro da fare che cambiare canale. Sembrava quasi che la crisi politica in atto fosse più importante per la comunità internazionale che non per la società thailandese. Era chiaro l’intento di controllare la società attraverso l’informazione per arginare il pericolo di un più vasto confronto civile.

Parte della stampa thailandese per fortuna oggi si interroga su come possa convivere informazione libera e stato di emergenza, nuovamente esteso per ulteriori tre mesi. Se lo fa è anche grazie al risentimento verso BBC e CNN. Ma sulla necessità di un’informazione equilibrata si discute sui giornali (alcuni), mai in televisione. Il dibattito non è di poco conto neanche dal punto di vista economico: forti discussioni girano intorno alla grande società di trasmissioni satellitari venduta in passato dalla famiglia di Thaksin a Singapore, la ThaiCom, e che guarda caso solo ora il governo di Abhisit cerca di ricomprare “per ragioni di sicurezza nazionale”. Il controllo dei media è più che mai essenziale. Più controllo uguale più silenzio, più potere politico ed economico.

Resta tuttavia ancora fuori del dibattito una parte molto importante del potere politico. Quotidianamente, una volta la mattina e una volta la sera, le tv, tutte le tv, trasmettono le immagini del monarca accompagnate dall’inno nazionale. Questa cieca devozione è un grande ostacolo alla libertà di espressione: l’autorità reale non può essere oggetto di alcuna discussione. Ciò crea grandi aree buie nel dibattito politico e sociale del paese. I giornalisti preferiscono non parlare affatto del re e della famiglia reale se non per riportare gli eventi ufficiali della casa reale e, quando lo fanno, sempre e comunque per ribadire il rispetto e la devozione che si deve all’istituzione monarchica, ritenuta paradossalmente garante della democrazia. Parlare del re di fronte alla stampa può essere di volta in volta uno strumento per incolpare l’avversario, un’arma politica per ottenere legittimazione o una scusa a cui appellarsi per il bene del paese.  (ARo)

Di seguito un interessante episodio di Listening Post, da Al Jazeera, in cui si parla proprio della guerra delle TV in Thailandia in relazione ai recenti conflitti politici.

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Bangkok un mese dopo: le Camicie Rosse ricordano le proprie vittime

E’ passato un mese esatto. Il 19 maggio scorso l’esercito thailandese poneva fine alle proteste delle Camicie Rosse che avevano occupato il centro di Bangkok per molte settimane. Una fine violenta con circa 90 morti e più di 1800 feriti in due mesi. Una fine che ha lasciato il paese diviso politicamente e socialmente.

BANGKOK – Le Camicie Rosse hanno ricordato le loro vittime presso il tempio di Prathum Wanaram, a Bangkok, ad un mese esatto dagli scontri con l’esercito. A poche decine di metri dall’ incrocio di Ratchaprasong, dove aveva sede il cuore delle loro manifestazioni, alcune centinaia di Thailandesi hanno commemorato i defunti pregando e deponendo rose accanto ad una maglietta rossa sporca di sangue appartenuta ad una vittima. Un luogo scelto non a caso: nel tempio di Pratun Wanaram molti “rossi” avevano trovato rifugio il 19 maggio, mentre l’offensiva dei soldati irrompeva nell’area da loro occupata. Il tempio era stato dichiarato “zona sicura”, ma inspiegabilmente violenti scontri a fuoco sono avvenuti al suo interno nel tardo pomeriggio, quando l’esercito aveva già liberato l’area occupata dalle Camicie Rosse e quando i leader anti-governativi avevano già dichiarato la resa. Almeno sei civili sono morti nel tempio, tra cui un operatore sanitario. Una commissione d’inchiesta governativa dovrà fare luce su questo e su altri episodi di violenza avvenuti nel paese. Le Camicie Rosse hanno per mesi dimostrato contro l’attuale primo ministro Abhisit Vejjajiva perché, dicono, voluto dai militari a seguito di un colpo di stato che aveva deposto Thaksin Shinawatra, ora in esilio volontario in Serbia. (ARo)

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Rassegna Stampa, 16 Giugno 2010

Burma buys 50 fighter jets from ChinaThe Irrawaddy
The Burmese air force continues to expand with the recent procurement of 50 K-8 jet trainer aircraft from China, according to sources within the air force in Meikhtila.

Wary of China, Russia says no to Dalai Lama visit The Times of India
In yet another manifestation of China’s might, Russian diplomats have met their Chinese counterparts in Delhi to assure Beijing that Moscow won’t allow the Dalai Lama to visit Russia “under the present circumstances”.

North Korea to use force if wronged by UNChina Daily
The Democratic People’s Republic of Korea (DPRK) will respond with military measures if the UN Security Council releases any document against it over the Cheonan case, its UN ambassador said on Tuesday.

Futenma plan firm, Kan tells Okinawa governorThe Japan Times
Prime Minister Naoto Kan reiterated Tuesday his intention to relocate U.S. Marine Corps Air Station Futenma within Okinawa, telling Gov. Hirokazu Nakaima that the agreement reached by the Hatoyama administration with the U.S. will stand despite the change of Cabinet.

Kan says he will not visit Yasukuni Shrine during tenureMainichi Shimbun
Prime Minister Naoto Kan said Tuesday he will make no controversial visit to the war-linked Yasukuni Shrine during his tenure.

11 Red Shirt leaders denied bail, remanded at two prisonsThe Nation
The 11 red-shirt leaders facing terrorism charges were remanded yesterday for 12 more days after their bail request was denied on grounds of posing a flught risk, sparking a commotion between supporters and police.

Il governo Thailandese prepara l’attacco?

Barricate delle Camicie Rosse

Barricate delle Camicie Rosse

BANGKOK  – Il CRES (Centro per la risoluzione della situazione di emergenza), un consiglio costituito da membri del governo e delle forze armate per risolvere la crisi politica, ha annunciato che anche i veicoli blindati sono pronti ad intervenire in appoggio alle truppe che affronteranno i rossi, probabilmente nei prossimi giorni. Secondo il colonnello Sansern Kaewkamnerd, portavoce del CRES, ci sarebbero circa 8000 antigovernativi nella zona occupata intorno all’incrocio di Rajprasong, il cuore rosso nel centro di Bangkok. I supporters dell’UDD, il Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura, sarebbero  quindi secondo il governo meno di quelli che c’erano nelle setttimane passate. Merito dei check point, dicono, che le forze di sicurezza hanno messo su intorno alla capitale e che hanno permesso di fermare i supporter delle camicie rosse. Ma facendo un giro, a sentire di persona i rossi, altra gente è in viaggio dalle province e ogni giorno arrivano simpatizzanti.
Il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha avuto ieri (domenica) un incontro di gabinetto a seguito del quale ha annunciato che si sta lavorando ad una roadmap per risolvere la questione, un “piano per la riconciliazione” sarà reso pubblico a breve, probabilmente già stasera o domani. Comunque entro due giorni. Con l’occasione i membri del parlamento Thailandese hanno espresso il loro forte disappunto sull’irresolutezza del governo e invitato il primo ministro ad agire con la forza per disperdere i manifestanti che ormai da sette settimane occupano il distretto commerciale di Bangkok.
L’approccio fino ad ora è stato quello di temporeggiare. Tuttavia diversi segnali fanno pensare che il governo ora voglia dare più libertà di azione all’esercito, che per il momento è stato a guardare dietro una linea di sicurezza della polizia. “L’azione che il governo intraprenderà da ora innanzi si porterà dietro il rischio di scontri o perdite che potrebbero danneggiare il sentimento generale del popolo”, ha detto Abhisit avvertendo che il bene principale, di questa come di altre nazioni orientali e cioè l’armonia, potrebbe inevitabilmente rompersi. ”Il governo deve assolvere ai suoi doveri e fare ciò di cui c’è bisogno”, ha detto. Potrebbe essere solo l’ennesima dichiarazione, visto che in passato le forze di sicurezza hanno preferito non usare il pugno duro nonostante i ripetuti inviti del governo. Ma potrebbe anche essere arrivato il momento che molti qui a Bangkok chiedono: il momento di ripristinare la normale vita della città, in scacco dei rossi dal 14 marzo. Costi quel che costi.
Un sms verrà inviato a tutte i moanifestanti anti governtivi per invitarli ad abbandonare l’area. IL vice prime ministro ha inoltre osservato che la sicurezza dei leaders rossi non potrà essere garantita qualora si arrivi ad una azione di forza.
Intanto le Camicie Rosse si sono ritirate da un lato della strada Rajdamri, per favorire il traffico da e per l’ospedale di Chulalongkorn. Questo a seguito di forti proteste dopo la loro irruzione, giovedì notte, per controllare che non si fossero appostate forze di sicurezza all’interno delle strutture mediche. Un gesto che ha creato sdegno da più parti e causato un autogoal per i rossi. Due alti in grado della polizia si sono recati ieri a parlamentare con alcuni leaders rossi e hanno ottenuto che si spostassero. Sono entrati nella zona occupata tra il rispetto della gente e senza portarsi dietro alcuna scorta. Segno della benevolenza di cui certe istituzioni godono tra la gente in Thailandia, al di là delle crisi politiche. Ora le barricate sono state spostate di circa 15 metri rispetto a due giorni fa, lasciando libere entrambi le corsie della strada. Ma una barriera ancora più alta è stata ricostruita e ci sono seconde linee di difesa a dieci metri di distanza dalla prima. Questa mattina una nuova delegazione della polizia si è recata per chiedere un ulteriore arretramento, ma uno dei leaders rossi, Nattawut Saikua,  ha annunciato che non ci saranno ulteriori spostamenti delle barricate.